Rassegna stampa

La Vicenda di Domenico: «La cultura del dono non puà subire alcun contraccolpo»

2 Marzo 2026

La voce del nostro Presidente Gianpietro Zanoli

Testo a disposizione dei gruppi per pubblicazioni.
Citare: "da l'Eco di Bergamo" e la firma del giornalista

«La morte del bambino in attesa di trapianto, dopo il presunto problema nel confezionamento e trasporto del cuore prelevato destinato al trapianto, impone rispetto e senso di responsabilità. È una notizia che addolora profondamente e che non può essere liquidata con formule di rito. Quando si verifica un fatto del genere, si tocca un punto delicatissimo: quello in cui la speranza di una famiglia incontra la complessità di un sistema che, ogni giorno, lavora per salvare vite. Proprio per questo è necessario fare piena chiarezza».

Interviene così il presidente provinciale di Aido, Gianpietro Zanoli.

«Chi opera nel campo della donazione degli organi sa di muoversi nel punto più delicato che esista: il confine tra la vita e la morte. È lì che si concentrano il dolore delle famiglie, la competenza dei sanitari e la speranza di chi attende. È inevitabile – prosegue Zanoli – che una notizia come questa scuota tutti, anche chi ha esperienza e senso della misura. Fa male. Interroga. Lascia smarrimento. Ed è giusto che si accertino con rigore tutti i passaggi e le eventuali responsabilità».

Dopo ore di tentativi e verifiche, il piccolo non ce l’ha fatta. Il cuore prelevato, come avviene in questi casi quando le condizioni cliniche lo consentono, è stato successivamente destinato a un altro trapianto. Un passaggio che rientra nelle procedure della rete trapiantologica, ma che non attenua il dolore per una perdita che resta immensa.

Nel merito delle valutazioni sanitarie e organizzative il presidente non entra, rimettendo ogni accertamento alle autorità competenti, compresi quelli legati agli strumenti e alle modalità di conservazione e trasporto dell’organo: «Non spetta a noi valutare questioni operative o individuare eventuali carenze. Ci sono autorità competenti e professionisti chiamati a farlo. Il nostro compito è un altro: custodire e promuovere la cultura del dono».

«Il primo pensiero va al bambino e alla sua famiglia. A loro è dovuto un rispetto che precede ogni analisi e ogni polemica. In queste ore c’è un dolore che non ha bisogno di commenti, ma di silenzio e vicinanza autentica».

«Con la stessa intensità il pensiero va alla famiglia del donatore. In un momento in cui tutto crolla, scegliere la donazione significa compiere un atto di straordinaria generosità. È una decisione presa dentro uno strappo improvviso, spesso in poche ore, con lucidità e senso di responsabilità verso persone sconosciute. Anche di fronte a un esito che non era quello sperato, quel gesto resta intatto nel suo valore umano. Nessuno può considerarlo vano», aggiunge il presidente.

«Ogni anno in Italia, grazie alla generosità dei donatori e alla solidità della rete trapiantologica, quasi 5000 persone tornano a una quotidianità che altrimenti sarebbe stata loro negata. Ritrovano gli affetti, il lavoro, i progetti. È una realtà silenziosa, ma immensamente più grande del clamore di questi giorni».

«Se l’eccezione fosse la regola – osserva Zanoli – il sistema non esisterebbe. Invece esiste, funziona, salva vite. E lo fa grazie a professionalità altissime, protocolli rigorosi e controlli continui. Quanto accaduto va chiarito fino in fondo, ma non può diventare la misura con cui giudicare l’intero sistema».

Il presidente richiama anche una pagina che ha segnato la coscienza civile del Paese: «Nel 1994 il piccolo Nicholas Green fu ucciso durante un tentativo di rapina in autostrada. I suoi genitori scelsero di donare gli organi. Quel gesto generò un’ondata di solidarietà in tutta Italia. Fu una lezione di straordinaria dignità».

E proprio in queste ore arriva una testimonianza che va nella stessa direzione. La mamma del piccolo Federico ha dichiarato: «Ho deciso di creare una fondazione intitolata a mio figlio, Domenico, per non dimenticarlo, ma anche con lo scopo di aiutare i bambini che hanno bisogno di un trapianto di cuore».

Parole che, dentro un dolore indicibile, scelgono di non chiudersi ma di trasformarsi in impegno. Un modo concreto per dire che la cultura del dono non può fermarsi davanti alla paura.

Poi Zanoli si rivolge direttamente ai volontari dell’associazione: «Il vostro impegno non viene sminuito da quanto avvenuto. Il disagio che provate è il segno di una coscienza vigile. Dovete custodirlo, senza lasciarvi scoraggiare. La cultura del dono non nasce dall’emotività, ma da una responsabilità matura».

«La donazione non è una formula matematica: è un atto di responsabilità e di fiducia. Si fa tutto ciò che è umanamente e scientificamente possibile. Talvolta, purtroppo, non basta. Ma quando basta, cambia il destino delle persone. Le molte storie che non fanno rumore sono la prova più concreta che questa strada resta giusta».

Mario Dometti

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